Informazione e telematica: il caso italiano

di Bernardo Parrella

Nell'esaminare il rapporto tra media tradizionali e telematica è basilare muovere dall'assunto che comunicare attraverso personal computer e linee telefoniche significa innanzitutto diffondere forme e contenuti nuovi, in movimento orizzontale e senza soluzione di continuità, da molti verso molti e in tempo reale, senza filtri e con il massimo di flessibilità e partecipazione possibili. E' quindi inevitabile che ben prima del grande pubblico siano proprio giornali, radio e tv a sentirsene minacciati, inchiodati come sono all'obsoleto paradigma comunicativo dell'uno verso molti. Da qui una certa iniziale diffidenza ed opposizione "mediologica" che a livello internazionale, e specificamente negli Stati Uniti, non impedisce però a multinazionali ed imprenditori editoriali di lanciarsi con entusiasmo nell'avventura telematica (anche ovviamente per spartirsi il mercato dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, che arrivano fino a TV via cavo e via satellite). Nuove e stimolanti entità e soggetti informativi vanno imponendosi online: oltre duecento i quotidiani e settimanali statunitensi in versione digitale; innumerevoli le newsletter e mailing list dedicati ad ogni argomento possibile; sempre più numerose le fanzine autonome in formato elettronico, non solo estensione/complemento di quelle cartacee; ben dotate e superaffollate le edicole elettroniche; ipertesti reperibili in rete così come in libreria; giornalisti professionisti (e non) coinvolti in ricerche e dibattiti online; sovrabbondanza di utenti come fornitori d'informazioni, da Usenet al Web. E il "successo" ottenuto da Internet all'indomani della bomba di Oklahoma City dello scorso aprile - diffusione online di resoconti e interviste, dati aggiornati e particolareggiati, database per la ricerca dei superstiti e identikit dei sospetti - ha confermato quel che la guerra in Yugoslavia e la situazione del Chiapas vanno da mesi evidenziando: i media tradizionali da soli non sono per nulla in grado di soddisfare le ampie e complesse necessita ' della società dell'informazione del XXI secolo. Spesso superati dalla circolarità ed immediatezza dei testi elettronici, i giornalisti "tradizionali" vanno rapidamente dotandosi di strumenti flessibili ed articolati per poter leggere correttamente la complessità dei fatti contemporanei, re-inventandosi il modo di lavorare e fare informazione.

Il panorama cultural-informativo italiano, in perenne ritardo, propone invece scenari statici ed anacronistici: di fatto l'approccio dei media tradizionali nei confronti della telematica - e soprattutto dei suoi utenti - è troppo spesso viziato da una buona dose di superficialità, scarsa conoscenza del mezzo e perfino incapacità professionale. "Autobomba via Internet: scatta l'allarme per i cyberterroristi", titola Repubblica del 28 maggio scorso: si illustra nei dettagli un documento anonimo inserito su Internet contenente "diagrammi e formule per la composizione dell'ordigno, per la realizzazione del timer e del telecomando, nonché tutte le informazioni necessarie per il reperimento illegale degli elementi di base (oltre) ad un ampia parte dedicata al sistema più efficace per produrre i maggiori effetti distruttivi, analogamente a come è accaduto a Oklahoma City lo scorso 19 aprile." Il binomio ad effetto Internet-Oklahoma City viene più volte citato esclusivamente con connotati negativi e pericolosi, tacendo su importanza ed utilità della telematica in occasione del tragico evento (come detto sopra). Ancor peggio, non ci si cura affatto di verificare come testi simili siano già legalmente e da lungo tempo reperibili su carta: manuali chimici e militari, libri quali "The Anarchist Cookbook," perfino l'Enciclopedia Britannica. Senza alcun bisogno di nascondersi dietro l'anonimità per favorire il "diffondersi del cyberterrorismo," quindi. Ed i criminali sanno bene come quanto circoli su Internet sia praticamente alla mercè di tutti, scegliendo perciò canali e tecniche di comunicazione ben piú affidabili (ricetrasmittenti, cellulari, codici cifrati). I neonazisti invece, ci informa Panorama del 9 giugno, sono ancora meno prudenti: "E' sufficiente una radio per sintonizzarsi ogni domenica sera sulle onde corte e ascoltare la trasmissione di propaganda neonazista Voce della libertà trasmessa dal Canada da Zundel." Indubbiamente il redattore-capo (o chi per lui) ha mostrato grande sagacia n el piazzare un titolo molto accattivante ("Terzo Reich e Internet") che ha l'unico piccolo difetto di avere nulla a che fare con foto e pezzo, tutti centrati sul revival dei movimenti antisemiti nel mondo attraverso stampa e trasmissioni-radio, con Internet appena sfiorata un paio di volte. Il tutto con buona pace del lettore disattento o di chi, poveraccio, volesse ostinarsi a capire la logica di certi giornalisti. Tra i quali, ad onor del vero, la gara allo scoop-Internet gioca tiri birboni. Ne è prova, sull'ultimo numero del giornale di San Patrignano, un articolo il cui titolo ("Tecnologia in aiuto al mercato della morte. La droga viaggia su Internet") pare quanto meno inappropriato. Scrive Anna Masera, giornalista di Panorama: "Siamo entrati nella più importante rete telematica del mondo. Abbiamo scoperto chi insegna come coltivare la canapa, prepararsi una dose e confezionare sostanze allucinogene. Messaggi che possono entrare in ogni casa. E' giusto inviare via computer queste informazioni?" è appena il caso di ricordare qui come in Italia fin da metà anni '70 il "Manuale per la Coltivazione della Marijuana" è stato legalmente stampato e diffuso in oltre un milione di copie da Stampa Alternativa, e come informazioni d'ogni tipo sulle sostanze illegali, inclusi prezzi di mercato ed istruzioni d'uso, sono da sempre circolate su riviste patinate (tipo la famosissima High Times), libri autobiografici e di ricercatori scientifici, opuscoli e pubblicazioni varie. Non si capisce quindi che senso avrebbe impedirne la diffusione su Internet, come pare suggerire la domanda retorica di cui sopra. Forse a San Patrignano ci si preoccupa assai più del fatto che, non riconoscendo (ahimè) la telematica frontiere o finanzieri, discussioni ed iniziative contro le politiche proibizioniste sulle "droghe" possano superare leggi e confini nazionali. Ergo, è Internet, il medium, colpevole di tutti i misfatti possibili: urge censurare, bloccare il flusso circolare delle informa zioni. Tesi senz'altro compre nsibile, visto che l'attività (anche imprenditoriale) della comunità persegue ben altri metodi e fini - come ci conferma il recente libro di una che c'è passata ("SanPa", Stefania Miretti, Edizioni Theoria). Su questo così come sulle informazioni ed i siti "pericolosi", peraltro onestamente riportati nel pezzo, sarebbe certo meglio ed interessante poter dialogare online e senza filtri direttamente con i ragazzi di San Patrignano, così come già accade con la comunità Saman su Agorà Telematica, ad esempio. E mentre don Vincenzo tenta di rifarsi il trucco (e l'azienda) provando ingenuamente a cavalcare la "tigre" elettronica, il Corriere della Sera nel tentativo di aiutarlo compie un'altro scivolone. Partendo da un'improbabile "Il computer, una droga che uccide", un breve pezzo del 2 giugno riporta alcune affermazioni di due persone che, pur realizzando e distribuendo riviste elettroniche, criticano negativamente gli spazi di discussione e libertá di cui pullula la rete. "è come navigare in acque libere: si gode di una sorta di extraterritorialità. In questa ragnatela mondiale si trovano migliaia di voci 'coltè ma anche l'angolo del sadomaso e del pornoshop e della droga". Come dire che qualcuno è meno libero di altri nell'esprimere le proprie idee, e che occorrono autorità ed esperti (cyberpoliziotti?) a decidere cosa sia sano e legale online, come del resto nella vita reale. E in fondo, si suggerisce, a parte un paio di eccezioni quel che circola in rete è schifezza pura... O meglio spazzatura, come pare suggerire mamma Rai e il suo MediaMente, riciclando le vecchie glorie di "Per Voi Giovani" anni '70 (da Parascandolo a Massarini) e poco più. Risultato? Solo quel che luccica e fa moda (oopps, pardon, Notizia) c'interessa, il resto non sappiamo cosa sia. Meno male che almeno l'orario di programmazione è stato azzeccato (mezzanotte e mezza), ottenendo il pubblico a cui mirava: due gatti due. C'è stato poi il (voluto?) fallimento del binomio telematica-TV in "Tempo Reale" di Santoro, forse per troppe pressioni esterne e di certo perchè la tradizione dello spettacolo all'italiana non consente esperimenti e riflessioni meno ovvie. Non pare certo comportarsi meglio il TG3, che qualche sera fa prima di parlare di una mostra specializzata a Los Ageles è dovuto giocoforza passare per le "descrizioni" di come gli omosessuali oggi usino Internet per "rimorchiare" ragazzini innocenti (e non lo fanno più come una volta attraverso pubblicazioni e locali riservati, automobili, telefono, ecc.). Ma tant'è, anche i costumi sessuali si sono evoluti grazie ai mezzi di comunicazione di massa, pur con tutti gli anatemi ed i divieti possibili: oggi va forte il sesso al telefono, perversioni comprese - ve ne eravate accorti? Però quei file "proibiti" su Internet, uhmmm...

Dulcis in fundo, ecco il lungo e magistrale pezzo firmato da Antonio Carlucci su L'Espresso del 9 giugno ("Ma che modem di rubare"). Già l'inizio è tutto un programma: "L'elenco dei reati è lungo: traffico di droga e riciclaggio, furto, pedofilia, truffa, contraffazione di banconote, spionaggio, terrorismo. Tutti delitti commessi con un'arma in vendita liberamente, a prezzi decisamente contenuti, per il cui possesso non è prevista alcuna limitazione- un semplice personal computer dotato di modem." Cari cittadini elettronici onesti, ecco la sacrosanta verità: Internet è un covo di cyberbanditi! La chiarezza informativa è presente in affermazioni quali "I crimini informatici, quelli messi a segno correndo nel cyberspazio...": sbaglio, o il termine "informatica" comprende l'uso di computer ed altre periferiche ma non di modem e linee telefoniche, definiti invece come "telematica"? Scopriamo poi che "...il Cert, Computer emergency response team, ha messo in fila l'elenco ufficiale dei delitti denunciati nel 1994..", e non si capisce di quali "delitti" si parli, poichè il CERT è un'agenzia para-statale statunitense che riporta esclusivamente le intrusioni illegali avvenute su sistemi e network connessi ad Internet. Non potevano mancare "clamorose" denunce: il caso dell'acquirente italiano (camuffato) che ordinava in Florida foto e film porno di bambini e bambine via modem (e che avrebbe potuto farlo tranquillamente via telefono o via posta, per quanto è dato leggere) e quell' "assalto in grande stile contro il Bancomat tra la fine del 1993 e i primi mesi del 1994," che nulla ha a che fare con la comunicazione elettronica. Si passa poi ai "riciclatori del denaro dei cartelli della droga" che, udite udite, hanno la "capacità di mettersi in contatto con i complici, all'interno e fuori degli Usa, inserendosi nella linea telefonica o cominciando lunghe trattative on-line." Incredibile: anche i narco-trafficanti hanno acconti su Internet ? Ma perché diamine non continuano ad usare i cellulari e l e radioline e fors'anche i satelliti, dico io.... E non è finita: "Hernandez venne anche in Italia e lì aggiunse altre rivelazioni: nel computer aveva installato un software che gli consentiva di criptare i suoi messaggi attraverso un codice che cambiava di volta in volta." No, basta vi prego, programmi pubblici e gratuiti per encriptare messaggi privati nelle mani dei criminali! Ha ragione allora il governo USA ad impedire l'esportazione di PGP (il più noto e diffuso software crittografico) ed a voler mettere in galera i milioni di persone che lo usano regolarmente, oltre al suo autore Zimmermann, ovviamente. E' infine il massimo la storia del "falsario telematico giordano", che potrebbe aver "inviato i dati delle banconote fuori d'Italia ad altri soci" via modem, naturalmente, provocando così grave apprensione negli inquirenti -- poichè è noto come per stampare dollari falsi sia sufficiente avere sul PC un file (GIF) col faccione di George Washington e qualche altro dato sparso. E ci fermiamo qui solo per il rispetto dovuto a chi legge questo testo. Vale solo la pena di segnalare come ridurre a slogan falsi e inutili ("Internet, la nuova frontiera del delitto", "banditi via computer") il ricco tessuto sociale e l'umanità che ogni giorno viaggiano per via telematica da e per ogni angolo del pianeta significa non sapere nemmeno lontanamente come ci si colleghi ad Internet. E se è innegabile che esistano problemi di sicurezza e di criminalità, questi costituiscono una parte infinitesimale del traffico di messaggi ed informazioni che circolano quotidianamente in rete. O meglio, come dice Jim Thomas, professore di criminologia presso la Northern Illinois University: "Negli ultimi cinque anni i 'reati via computer' sono tali solo nel senso che una rapina in banca compiuta con una macchina per la fuga è un 'reato via automobilè." E dare voce esclusivamente a chi si occupa della repressione criminale, come fa il pezzo del L' Espresso, in questioni così complesse ed articolate riflette quantom eno una certa mancanza di professionalità.

Avviandoci a concludere (scusandoci per una certa inevitabile lunghezza), ecco la domanda: ma siamo davvero sicuri che questa dilagante campagna di disinformazione e sensazionalismo sia frutto solo di ignoranza ed incapacità di certi giornalisti? Non potrebbe forse trattarsi di un'ennesimo tentativo teso a creare quelle condizioni caotiche che precedono avanzate monopolistiche e leggi liberticide? Già, perchè leggi specifiche a tutela della privacy e del diritto alla libertà d'espressione per via elettronica (oltrechè su possibili antitrust telematici) non esistono ancora nel nostro paese, nonostante sbandierati ritardi rispetto alle normative europee, mentre non mancano affatto quelle a tutela del copyright sul software e sul "computer crime". Sarebbe certamente folle aspettarsi altro da una classe politica da sempre (seconde o terze repubbliche che siano) disattenta ai cambiamenti ed alle istanze sociali di rinnovamento - anche se pare recentemente la "telematica sociale" vada riscuotendo più interesse. Così come magistratura e forze dell'ordine paiono esser normalmente arretrate e lontane dal comprendere cosa vada realmente accadendo nel mondo online. Come è stato purtroppo dimostrato da quella vasta ed infruttuosa operazione del maggio '94 contro centinaia di sistemi telematici del circuito Fidonet (inchiesta formalmente ancora aperta, cosí come quella contro Taras Communications, nodo tarantino di Peacelink) - evento che ha pesato molto negativamente sullo sviluppo della telematica amatoriale del nostro paese. Grazie anche all'incondizionato appoggio della stampa, che ha usato senza risparmio titoloni quali "Pirati del computer crescono" (La Repubblica), o "Alt ai pirati del cyberspazio" (L'Espresso). Ovvero con "i grandi argomenti della disinformazione," come scrivono Berretti e Zambardino nel recente saggio "Internet: Avviso ai naviganti". Dove poco più avanti, riguardo Fidonet e i network amatoriali, si ribadisce: " ...da un anno a questa parte il clima in Italia non è favorevole allo sviluppo di questo 'muschio vitalè dell'ambiente telematico.....nessun giornalista si è mai occupato di questa parte della telematica in modo approfondito." A confermarlo c'è un'escalation disinformativa che da allora è proseguita pressochè ininterrotta: "Anche il terrorismo viaggia in rete", scrive Fulvio Berghella su Il Sole-24 Ore del 1 luglio 94, precedendo di quasi un anno lo "scoop" di Repubblica sulle "ricette per fare bombe" via Internet di cui si parlava più sopra. Curioso come sullo stesso numero del giornale economico questo pezzo faccia da cappello all'affermazione di De Benedetti: "Un milione di italiani usa Internet" e preceda di qualche pagina la presentazione di "Bologna città digitale": più confusione si crea in chi legge e meglio è. Come accade di nuovo e in grande stile ad inizio dicembre, con "L'attacco telematico della Falange" (Corriere della Sera, 2/12/94): l'intrusione all'agenzia di stampa romana Adn-Kronos. Attentato ripetutamente usato come specchietto per le allodole (anche in fondo al pezzo de L'Espresso di cui sopra): nessuna matrice terroristica confermata, nessun arresto effettuato, e le mezze verità trapelate finora lasciano sempre più intendere trattarsi di "intrusione" interna o di altro affaire andrà ad aggiungersi ai non pochi misteri insoluti della recente storia d'Italia. Insomma, pur con le dovute eccezioni, nell'ambito giornalistico ci troviamo di fronte ad una mancanza di conoscenze e professionalità che trova d'altronde riscontro nella politica ancor confusa e vessatoria dell'apparato repressivo-giudiziario, come dimostra il recente caso del sistema trentino "Bits Against the Empire", sequestrato e bloccato per circa un mese solo perché coinvolto nelle indagini relative una presunta rete di anarco-terroristi europei (risoltasi nell'ennesima bolla di sapone). E accanto ad una certa "iper-informazione" su delizie e piaceri della info-highway che fa capolino qua e la per riprendere il verso (e null'altro) di certa stampa USA, va segnalata la pressochè totale assenza dal dibattitto di intellettuali e quanti si muovono nell'industria culturale italiana: nulla da poter paragonare agli acuti e preveggenti interventi pasoliniani sulla televisione. Infine, il panorama recente va ancor più complicandosi con il delinearsi di ventilate fusioni di multinazionali della comunicazione (Stet-Finivest) e con il lancio in grande stile su stampa, radio e tv dei mega-provider di accesso ad Internet (Video On Line su tutti).

Allora, non è che buona parte degli organi d'informazione nazionali (ed in particolare certa stampa) stia conducendo una sistematica campagna di disinformazione tesa ad impedire lo sviluppo della telematica libera ed indipendente nel nostro paese? Forse inconsapevolmente, ma non parrebbe legittimo dedurre che alcuni giornalisti stiano collaborando ad un disegno complessivo che prevede la morbida espulsione di una serie di soggetti sociali dalla rete?

Urge a questo punto insistere sulla necessità di garantire un'informazione corretta sulla telematica anche in Italia, così come accade largamente nel resto del mondo. E' quanto meritano quei circa diecimila cittadini che attualmente usano computer e modem per motivi professionali, personali, culturali e quant'altro -- l'umanità che c'è dietro e al di là del mezzo. Persone che nella stragrande maggioranza criminale non sono, e che regolarmente partecipano alla vita democratica e civile del paese. Perchè, ad esempio, sono così pochi i giornalisti "tradizionali" che si affacciano sui sistemi italiani per avere confronti e discussioni aperte con gli utenti telematici? E perchè non esistono tele/video-conferenze, tavole rotonde online e sui giornali con la patecipazione diretta delle redazioni dei giornali?

Certo, non esiste solo sensazionalismo e disinformazione nei media tradizionali italiani: è però un fatto che mancano spazi per un'aperto dibattito su struttura, utenza, problemi della comunicazione elettronica. Così come sono assenti confronti pubblici ad ampio raggio che vedano l'attiva partecipazione di tutti i soggetti sociali coinvolti, media compresi. Che fare, allora? Come sempre, la speranza è l'ultima a morire: possibilità di ravvedimento non ne mancano affatto, per certi giornalisti nostrani. E intanto, popolo telematico, rimbocchiamoci le maniche. Prima che si perda una grande occasione per attuare maggiore pluralismo e democrazia - concreta, e quindi virtuale.

Bernardo Parrella
berny@well.com 28/6/1995