I protagonisti di questa storia sono tre uomini, tutti ufficiali dell’Esercito inglese: mio padre Jack Clarke e Anthony Laing, entrambi inglesi, e Marcus Kane-Berman, sudafricano. Mio padre Jack prese parte al Corpo di Spedizione Britannico che, dopo essere stato respinto dalle forze d’invasione tedesche in Francia nella primavera del 1940, tornò poco tempo dopo in patria. Egli quindi rimase in Inghilterra fino al novembre del 1940, quando partì per l’Africa. Tutti e tre parteciparono alla guerra in Nord Africa dove furono catturati: Jack nell’aprile 1941 a Mechili, in Libia, Anthony nel novembre dello stesso anno, e Marcus nel giugno del 1942.

 

In qualche modo è probabile che abbiano combattuto anche contro gli Italiani, sebbene Jack fosse un ingegnere sottotenente nel Corpo Reale di Telecomunicazione (Royal Corps of Signals) prima, trasferito poi nel Corpo Reale di Supporto all’Artiglieria (Royal Army Ordnance Corps); Anthony anche non era ‘un soldato alla linea del fronte’, perché era nei Genieri Reali (Royal Engineers); Marcus addirittura era dentista, ed è quindi possibile che abbia curato, fra gli altri, dei prigionieri italiani.

 

Dopo la cattura tutti e tre furono trasportati in Italia. Jack rimase prigioniero per due anni e mezzo, prima a Rezzanello, poi a Montalbo, sulle Colline Piacentine, e infine a Fontanellato nella Pianura Padana, circa 15/20 km a nord-ovest di Parma. Fu a Montalbo che i tre si incontrarono e Jack e Anthony in particolare divennero amici. Marcus, essendo dentista e appassionato del suo lavoro, passava tutto il suo tempo nel curare i denti dei prigionieri, ed ebbe meno opportunità di instaurare amicizie, ma come vedremo, il fatto che fosse dentista diventerà importante più tardi!

 

Arrivato l’armistizio dell’8 settembre 1943, il campo di concentramento di Fontanellato diventò famoso fra gli altri campi perché là, e credo solamente là, tutti i seicento prigionieri uscirono in ordine, divisi in cinque compagnie, per l’intervento del comandante Colonnello Eugenio Vicedomini, vecchio ufficiale di grande cortesia e umanità, anglofilo, che aveva combattuto accanto agli alleati nella prima guerra mondiale. Usciti a mezzogiorno del 9 settembre (non si può quindi parlare di una vera e propria “fuga”), marciarono pochi chilometri verso il sito scelto per nascondersi, il letto asciutto del torrente Rovacchia. In quella prima sera di libertà cominciò il rapporto straordinario fra questi giovani uomini alleati, la maggior parte di loro inglesi, e la gente italiana, di cui erano ‘nemici’ fino al giorno prima, perché quella sera arrivarono da tutte le parti donne con cestini di cibo, vino e sorrisi di accoglienza.

 

Dopo aver passato un paio di giorni nella zona Anthony, che era separato dai suoi amici, si diresse da solo a piedi verso sud con lo scopo di raggiungere l'armata alleata sbarcata in Sicilia. Jack e Marcus rimasero vicino a Fontanellato, dove le famiglie del paese li ospitarono. C’era la famiglia Gotti in particolare dove Jack e Marcus passarono undici notti fino alla fine di settembre, quando anche loro decisero di dirigersi a sud. Le donne piansero quando Jack partì, non volevano che se ne andasse, ma lui si era reso conto che gli alleati non sarebbero arrivati presto nel nord Italia, ed anche, soprattutto, non voleva mettere in pericolo questa bravissima famiglia.

 

Nel 2003, casualmente proprio nel periodo del sessantesimo anniversario dell’armistizio, sono venuta in Italia per cominciare a cercare le tracce di mio padre, e sono andata a trovare questa famiglia a Cannetolo. Basti dire che mi hanno ricevuto con lo stesso calore e con la stessa generosità con cui accolsero mio padre. Ora siamo ancora cari amici, sebbene tristemente nel frattempo la moglie di Bruno sia morta. Bruno, che aveva sedici anni nel 1943 e ricorda chiarissimamente quei giorni in cui mio padre fu loro ospite, mi ha raccontato delle storie molto vivide di quel periodo.

 

Nel frattempo il viaggio di Anthony fu interrotto da diverse avventure: passò dieci giorni con un gruppo di partigiani a Monte Morello, e fu persino coinvolto in un'operazione clandestina per aiutare a muovere al sud le truppe alleate. Lui arrivò presso le linee il 18 novembre.

 

Jack e Marcus invece camminarono ogni giorno passando la notte in vari posti, benché ogni tanto si riposassero per uno o due giorni. Percorsero da presso tutta la cresta degli Appennini, passando per Costamezzana, Pellegrino, Metti, Morfasso, Bellagamba, Pessola, Scanza, Segnatico (Signatico, ndr), Scurano, Sole, Maro, Gazzano, Ca’ Piccirella, Doccia, Ospedale (Ospitale, ndr), Gaggio Montano, Guzzano, San Giacomo, Castro San Martino, Moschetta, Marradi, Castel dell’Alpe, San Paolo in Alpe, Rio Salso (tre notti), Montecoronaro, Viamaggio, Bocca Trabaria, Fraccano, Pietralunga, Branca, Nocera Umbra, Annifo, Femadre, Fiano di Abeto, Teracina (Terracino, ndr), Poggio Cancelli, Pizzoli, Casamaina, Terranera, Pagliare del Tione, Secinaro (cinque notti), Carrito, Santa Maria (Villa Santa Maria, ndr), e infine Frattura, da dove partirono il 18 novembre per arrivare alla linea Gustav fra i tedeschi e gli alleati, sul fiume Sangro.

 

Negli scorsi anni anch’io sono andata a piedi per quasi tutti questi paesi; ne mancano solamente pochi e alcuni ho dovuto visitarli in macchina, e sempre ho cercato di parlare con la gente, ho cercato di ringraziarli. Ho camminato per una settimana nel 2007, a luglio, in Emilia Romagna, con un giovane amico italiano. L’anno scorso a maggio ho fatto due settimane sotto la pioggia pesante al confine fra Emilia Romagna, Marche e Umbria, praticamente lungo la Linea Gotica. E quest’anno, come sai, con due bravissime guide italiane, e poi anche con l’amica di uno di loro, abbiamo visitato quelle parti dell’Umbria, del Lazio, e del bellissimo Abruzzo, passando anche per Aringo. Il principale scopo dei miei viaggi è stato quello di rivivere le orme di mio padre, ma anche e soprattutto poter vedere e rendere omaggio alle genti che rischiarono tutto nel dare aiuto a mio padre e a tanti altri prigionieri evasi alleati. Quando ad Aringo ho visto casualmente il vostro cd “L’Ottavaru” e ho notato subito anche il titolo della canzone “La casetta dei prigionieri”, non ho potuto fare a meno di comprarlo! Il numero otto per me è particolare perché ricorre spesso nella storia di mio padre durante la guerra.

 

Tante sono le storie che potrei raccontare su questo mio viaggio. Provo a raccontare quelle più significative.

 

A Scanza,  dove siamo arrivati stanchi di pomeriggio, faceva caldissimo ed era una bellissima giornata. Ci sono forse sei o otto case a Scanza Inferiore. La prima persona che incontriamo è una donna piccola, magra, con la faccia abbronzata dal sole e dalle ore all’aria aperta. Le spieghiamo perché siamo venuti fin là: “Mio padre era un ufficiale inglese, dopo l’armistizio ecc”. Senza lasciarmi il tempo di finire lei risponde: “Io ricordo un ufficiale inglese che venne qui e che tolse un dente a mia sorella!”. Lei non sapeva che avevo con me gli appunti in cui si legge “....Scanza, dove K-B (Kane-Burman) ha tolto a un membro della famiglia un dente...”. Per me è stato un momento incredibile. Eva ci ha descritto in dettaglio il corso di quella giornata, lo spavento di sua sorella più piccola, di come Marcus le parlò dolcemente per convincerla a sedersi in grembo, di come poi le chiese di vedere il dente e di come alla fine le tolse il dente con tale abilità che Norma quasi non se ne accorse, di come poi Norma pianse, brevemente perché presto le passò il dolore. Eva ci ha raccontato tutto come se fosse successo il giorno prima. Poco a poco sono arrivati gli altri abitanti del paese e con loro ci siamo seduti sotto la tettoia, all’ombra, per parlare di quegli anni. Dalle loro storie ho compreso i gravi rischi che queste persone bravissime corsero. Hanno dato da mangiare nonostante i loro scarsi mezzi. Mio padre scrisse che a Scanza mangiarono bene e io sono sicura che questo significava che c’era meno cibo per la famiglia. Eva poi ha aperto il fienile dove mio padre e il suo compagno passarono la notte. Ero dove lui fu quella notte dell’ottobre 1943, e mi è parso che nulla fosse cambiato.

 

Un’altra storia a Ca’ Piccirella, un paese che ho visitato in macchina nel 2006 con degli amici italiani. Ancora una giornata bellissima. Ci avviciniamo per una strada bianca molto dissestata, troviamo  forse quattro case, tutte abbandonate, fra gli alberi in piena foglia dell’estate. L’unica presenza viva sono soltanto delle mucche, nessun abitante. C’è un silenzio profondo. Non parliamo quasi. Stiamo pensando a tutti i paesani partiti, morti, che hanno passato le loro vite sui versanti di questa valle dimenticata. Ci sono i segni di una comunità forse ben munita. Dei fregi sopra le finestre di una delle case suggeriscono che chi vi abitava aveva un reddito soddisfacente. Dopo un po’ ritorniamo lungo la stessa strada bianca e ci fermiamo per parlare con un uomo che ci sta guardando dal bordo della strada. Siamo ancora a pochi chilometri da Ca’ Piccirella e chiediamo “Buona sera, signore. Conosce Ca’ Piccirella?” “Certo, certo.” “E chi abitava là durante la guerra?” “Allora c’erano quattro famiglie che avevano mille pecore, facevano la transumanza,” eccetera. Poi: “durante la guerra hanno nascosto un’ebrea, là, fino alla fine della guerra.” Questa cosa ancora mi toglie il fiato. Pensai a come era ben nascosto questo piccolissimo paese, che sarebbe stato difficile arrivare là, e che probabilmente i tedeschi non sarebbero venuti là molto spesso, che forse qui erano minori i rischi per le famiglie. Ma adesso scopro che, non solamente dettero da mangiare e da dormire per una notte a questi uomini alleati ma che in ogni giorno e in ogni notte di quel periodo pericolosissimo per gli ebrei - e per chi li aiutava – dettero un ricovero ad una donna ebrea. Per me essere a Ca’ Piccirella è come stare in terra santa… Non importa quante volte sento storie come questa, lo trovo un segno di speranza, della bontà di cui l’uomo è capace, dell’umanità in quel contesto di tanto male.

 

Altra storia a Secinaro, in Abruzzo. Dalla lista dei paesi risulta che qui mio padre e Marcus passarono cinque notti a causa di una malattia. Leggendo la relazione della sua fuga che fu registrata in Svizzera, dove arrivarono infine nel febbraio 1944, ho appreso che a Secinaro c’era un certo Ernesto Maggi il cui nome è incluso su una lista di coloro chi hanno aiutato particolarmente mio padre. Quando ho scoperto quest’informazione circa tre anni fa, ho telefonato a Secinaro, ma mi hanno detto solamente che quest’Ernesto era ormai morto, e suo figlio anche, e che la figlia adesso vive in Germania. OK.

 

Adesso, nel 2009 Francesco, la mia guida più giovane, ancora ‘per caso’, incontra a Secinaro un certo Luigino, che a settembre lavorava all’anagrafe, e che conosceva bene Ernesto ed ora è lietissimo che siamo qui. Ci affitta un appartamento molto comodo per noi, ci accoglie nel suo ristorante e ci racconta tutto su Ernesto, sulla sua famiglia, sulle storie della città durante la guerra, e ci mostra la sua casa. Ora mi è possibile ricostruire il viaggio di mio padre, molto ammalato, ed immaginare il suo arrivo, quando il suo compagno ha bussato sulla porta della prima casa del paese, in cima alla strada accanto alla chiesa. Luigino poi ci ha presentato anche Amelio Cichella, di novantadue anni, bravissimo, che durante la guerra era pilota ma che, dopo l’armistizio, condusse alle linee del Sangro due ufficiali di grado elevato, prigionieri nel campo vicino. Al ristorante di Luigino passiamo insieme a loro una serata indimenticabile. Altre persone del paese vengono a dirci le loro storie, della madre che, nonostante fosse vedova e aveva bambini, nascose nella sua seconda casa vuota cinque prigionieri alleati evasi e gli dette da mangiare.

 

Per ritornare a mio padre, loro due arrivarono nei pressi di Scontrone il 19 novembre. Aspettarono troppo a scendere per guadare il fiume, e furono trovati da una pattuglia tedesca che li catturò per la seconda volta. Anche Anthony il giorno precedente era stato ricatturato sulla riva nord del Sangro. Dopo alcuni giorni di interrogatori in cui passarono da un campo all’altro si rincontrarono alla stazione ferroviaria di Frosinone, anche con altri provenienti da Fontanellato, tutti infestati di pidocchi e in grande disperazione. Là furono tutti messi su un treno diretto in Germania, ma ancora una volta in una mezzanotte d'inizio dicembre riuscirono a fuggire buttandosi dal treno, con altri, nei pressi di Orte. Tirarono anche a sorte per stabilire chi dovesse saltare per primo, stavolta insieme capitarono Jack e Anthony, mentre Marcus andò con un altro uomo.

 

Rimasero tutti in libertà in Italia altri tre mesi. In questo periodo Jack e Anthony cercarono di uscire verso la Jugoslavia o per nave da Venezia ma non ci riuscirono e per il resto del tempo vissero con grande agiatezza nell’appartamento di una famiglia al centro di Firenze. Marcus fu meno fortunato: arrivò a Roma dove si nascose ma fu presto scoperto dalla Gestapo. Sospettato di essere una spia, fu imprigionato a Regina Coeli, ma fu poi rilasciato per lavorare nella Croce Rossa. Poi, anche lui, fu messo su un treno e spedito verso la Germania. Quando il treno giunse a nord del Po, Marcus potè scappare e dopo aver camminato cinque settimane arrivò in Svizzera, che era neutrale, e dove nel frattempo erano arrivati per una via diversa un paio di giorni prima, il 22 febbraio 1945, anche Jack e Anthony. Non è dato di sapere se tutti e tre si incontrarono in Svizzera, ma Jack e Anthony si, e rimasero amici per tutto il resto della loro vita.

 

Io non ho mai saputo nulla di tutto questo fino al 2001. Mio padre era quel tipo di inglese che non parla mai delle sue emozioni, delle cose importanti, o delle cose infelici.

 

Nel settembre del 2001 con un’amica sono stata in Italia per una breve vacanza, e mi sono ritrovata in una fattoria biologica in Val di Chiascio, in Umbria. Dopo un paio di giorni mi è venuto in mente il pensiero: “Questi sono gli Appennini! Mio padre era negli Appennini durante la guerra! Qui ci si potrebbe nascondere bene… lontano da una strada vera, ci sono delle grotte in cui si potrebbe dormire…” eccetera, e devo dire che da quel momento sono stata costretta a ritrovare la sua storia e a ricercare tutto quello era successo, a scoprire in questo strano modo quest’uomo che era mio padre. Solo più tardi, quando mio fratello mi ha dato la lista dei paesi dove egli passò le notti, lista scritta dopo la guerra, ho saputo che infatti passò molto vicino a quella fattoria bellissima, vicino Gubbio. Quindi mi son fatta l’idea che in quel momento egli mi abbia ‘parlato’, lui che era morto molti anni prima, a sessantanove anni d’età.

 

Non mi sembrava possibile di poter ripercorrere il suo viaggio, fin quando un giovane amico italiano si è offerto di accompagnarmi. E infatti con lui abbiamo camminato quella prima settimana del 2007. Poi ho fatto altri due viaggi, sempre a piedi, nel 2008 e nel 2009. Quello che ho scoperto, e che continuo a scoprire, è non solamente la storia di papà, ma anche la storia della gente italiana, la storia di una specie di eroismo quieto, di umanità di livello altissimo, di coraggio e generosità di fronte al male e al pericolo enormi.

 

E parlo in generale della gente dei paesi, delle montagne ma anche della pianura. Mi hai chiesto delle mie impressioni sull’Italia di oggi: non posso parlare degli italiani delle città, ma nei paesi incontro persone che vogliono parlare, che vogliono sapere da dove siamo venuti e dove andiamo, e che vogliono sempre aiutarci – che ci offrono informazioni sulle direzioni eccetera, qualche volta ci offrono del caffè, dell’acqua. A Collefracido, un paese molto danneggiato dal terremoto di aprile, la comunità, sfollata dalle loro case, nonostante abitasse nelle tende ci ha invitato con insistenza a pranzare con loro. Quando entriamo in un paese subito le persone che incontriamo vogliono raccontare  le storie della guerra, vogliono sapere se mio padre è ancora vivo. Spesso sono loro che vogliono ringraziarmi per aver fatto questo viaggio! Con me questa gente è sempre molto amichevole e accogliente. Dappertutto sono entusiaste le donne, gli uomini, tutti.

 

Mi colpisce anche il forte legame fra la gente e la terra: conoscono benissimo tutti i luoghi e ogni pezzo di terreno, non hanno bisogno assolutamente di mappe. Forse non è necessario dire che trovo bellissimo il paesaggio d’Italia, anche l’architettura vernacolare, e il fatto che rimangono dappertutto tanti sentieri, mulattiere, strade bianche dove si può camminare con grande piacere in un paesaggio allo stesso tempo imponente e tranquillo. E alla fine devo aggiungere che quasi sempre abbiamo trovato alloggio molto accogliente e simpatico, cibo fantastico, e per me una tradizione bellissima nel dare ospitalità.

 

Per me è stato un viaggio in tanti sensi - esterno certo, ma anche un viaggio che ha cambiato la mia vita migliorandola. Gli avvenimenti della mia vita poco dopo la mia nascita mi avevano reso una persona che fondamentalmente non sentiva di poter aver fiducia nel mondo, una persona mai sicura di poter essere benvenuta, che deve contare primariamente sempre su se stessa… questo mio modo di essere è cominciato a cambiare dopo pochi incontri con le persone italiane, di tale generosità e calore verso di me. Questi viaggi stanno continuando a guarire queste mie ‘ferite’ fino al punto che in Italia mi sento molto ‘a casa’. Quindi dico grazie mille a mio papà e grazie mille alla gente italiana!

 

© 2009 Rosemary Clarke, Malvern, Inghilterra - traduzione Bruno Cattivelli, Roma, Italia

 

N.B.: Chi avesse ulteriori informazioni su Jack, Marcus e Anthony è pregato di mettersi in contatto con Rosemary: rosie@rosemaryclarke.eclipse.co.uk

 

Fotografie:

 

Jack Clarke

 

Anthony Laing

 Marcus Kane-Berman

 Rosemary a Casamaina (fraz. di Lucoli)

 

Nostra ricostruzione dell'itinerario di Jack e Marcus lungo il crinale appenninico.

 

Amelio Cichella (ex-pilota di Secinaro), Rosemary e Francesco (guida)

Marta, Francesco ed Enrico sono guide; le tre donne sono della famiglia Melone, di cui il papà di Lucia era pastore nella tenda sotto cui passo la notte Anthony il 18 novembre - notte colla neve profonda. Dice che altre volta non sarebbe stato sopravissuto. Ne una, Patrizia è correntemente sindaco di Scontrone.